I progetti di Yovo in corso procedono.
A breve aggiornamenti sullo stato di avanzamento di ognuno!

Random Picture #0025

Sono stato io, Stefano, ad aver avuto l’idea di andare in Africa, ma Luca si è fatto coinvolgere senza troppi problemi. La prima frase che mi disse arrivati in Ghana è stata: ”Ma ti te rendi conto, de dove te go permesso de portarme?”. No, non me ne rendevo conto!!

Africa……da quando sono tornato, tutti mi chiedono com’è andata in Africa ed io più di rispondere“benissimo” non so che dire.
Anche adesso, davanti alla tastiera del mio computer, le mie impressioni, emozioni e ricordi tendono a rimanere bloccati in me. Io e Luca stiamo correndo un grosso rischio: tenere solo per noi una delle esperienze più grandi della nostra vita. Sono passati tre mesi da quando siamo tornati dal lontano Togo.
I primi giorni in Italia sono trascorsi semplicemente, come se nulla fosse successo, ma poi, piano piano, lentamente ma inesorabilmente, strane sensazioni risalivano a galla.
Così ogni tanto mi fermavo a guardarmi in giro…..

Solo dopo tre settimane, dal nostro ritorno, ho rivisto Luca.
Sento che anche lui ha qualcosa da dire e spesso riesce a farlo con delle frasi che, al primo momento fanno ridere, per poi lasciarti un sapore amaro in bocca.
“Xe tre settimane che vedo in bianco e nero!”
Ecco la prima cosa che salta all’occhio quando torni dall’Africa. Quando mi guardo attorno vedo grigio, nero e bianco. Riesco a notare in mezzo a centinaia di persone l’unica che indossa una maglia rossa, scorgo tra la folla un cappellino giallo, il mio sguardo viene calamitato da un murales variopinto su un muro grigio, e questo mi intristisce; se poi si considera il fatto che si sta avvicinando l’inverno, i prossimi mesi saranno difficili……
Per fortuna qua non è cambiato nulla!!
Sono relativamente tranquillo perché non ho tempo per pensare.
Ad Agou Klonou c’era molto più tempo!!!!
Ci si svegliava la mattina presto e dopo una buona colazione si andava a lavorare nei campi, fino alle 11.00. Dopo è praticamente impossibile lavorare perché il caldo si fa insopportabile.
Dalle 11.30, cioè da quando si tornava a casa, fino a notte il tempo era tuo.
Nessuno lì ha degli impegni extralavorativi, così Dossou ci guardava negli occhi e ci diceva: “Cosa vogliamo fare oggi?”
Nella mia vecchia, cara Italia, nel “nord-est che produce”, questo è impensabile: il nostro poco tempo libero è comunque condizionato da orari, ma allora che tempo libero è, se devo rispettare degli orari?!?
Mi sembra di aver corso per venti giorni in salita col freno a mano tirato!!!

Sorrisi, quanti sorrisi ho visto in una terra dove la morte è lì, a portata di mano. Dove ancora l’uomo fa parte della natura e rientra nelle sue leggi. Nella foresta pluviale, in montagna, nelle paludi, nella savana o in riva all’oceano sopravvive il più forte. Non si combattono fra di loro ma ogni persona deve sopportare i continui attacchi portati dalle malattie e dalla malnutrizione senza alcun aiuto esterno, quello che può arrivare semplicemente da una medicina.
Medici e medicinali costano molto. La popolazione raramente ha del denaro in tasca. Non è una zona segnata da carestie, non si muore di fame, ma la gente dopo aver mangiato non ha bisogno d’altro finchè non si ammala: per un taglio si può morire.
Sorrisi, quanto mi mancano i sorrisi della gente per strada. Qui nessuno ride. Eppure i problemi che abbiamo noi, molto spesso, sono meno gravi di quelli che hanno loro: c’è qualcosa che non va, qualcosa che non capisco.
Le nostre foto sono la testimonianza di emozioni, sensazioni, pensieri, dubbi che si sono amplificati stando tra quella gente, tra quei bambini. Credo che sia stato vedere quei bambini, giocare con loro senza parlarci (pochi di loro sanno il francese), farli addormentare sulle nostre gambe, o dormire con loro in braccio che ci fa essere qui adesso a parlare di cose che a noi pesano come macigni.
Perché se noi tornassimo in Togo tra un paio d’anni molti di quei bambini potremmo non vederli più!
Un bambino su quattro muore per malnutrizione prima dei cinque anni.
Quest’estate un bambino di Noventa di Piave mi ha detto: ”Io, senza il mio computer morirei”.

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